Il riciclo delle acque

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La neosindaca Giulia Adamo, prima di essere eletta, l’aveva detto in un confronto elettorale con gli altri tre concorrenti alla carica di primo cittadino. Mi riferisco alla riutilizzazione delle acque luride dopo la depurazione. Esse venivano buttate in mare e, secondo la candidata, costituivano un danno per la marina, dato il potere inquinante. Invece, secondo lei, avrebbero dovuto essere destinate all’irrigazione nell’agricoltura. L’idea ebbe subito l’approvazione dei contadini, che da sempre sono a corto di acqua, soprattutto nel periodo estivo, nelle loro terre.

Pure la popolazione ittica accolse con soddisfazione la proposta: sarebbe vissuta in un ambiente più salubre.

Anche grazie a questa proposta, inserita nel programma elettorale, l’Adamo riuscì a sconfiggere gli avversari.

Divenuta sindaca, con la concretezza e la coerenza che la contraddistinguono, preso in mano il programma elettorale, diede inizio alle concrete realizzazioni. Chiamato il dirigente alle Acque, gli ordinò di preparare il progetto per il riutilizzo in agricoltura delle acque depurate. L’esimio dirigente le rispose ossequiosamente “sì”, come di regola tutti i dirigenti dicono “sì” a ogni richiesta del capo dell’amministrazione, salvo poi tornarsene ai loro affari e dimenticarsene.

Ma la sindaca – l’ho detto e non lo ripeterò più – è persona quanto mai tenace e determinata. Rilevato che il dirigente non era più tornato a riferire, lo convocò di nuovo nel gabinetto [si tratta dell’ufficio del sindaco, a scanso di equivoci, ndr] e lo guardò con freddezza dritto negli occhi, attendendo risposta. Il dirigente subito capì – non sono stupidi i dirigenti comunali, solo che tendono a scansare ogni lavoro – e le rispose che tutte le energie del suo settore erano al lavoro per definire il progetto. Ci volevano al massimo altri due mesi e sarebbe stato pronto. Accennò alle difficoltà sorte, che avevano fatto perdere tempo, e che era necessario appurare il tasso di inquinamento del liquido depurato.

Tornandosene alla sinecura del suo ufficio, il dirigente era soddisfatto di sé: aveva ottenuto altri due mesi di proroga e poteva stare tranquillo, curando i suoi affari, per un altro mese almeno. Poi, avrebbe scopiazzato un progetto standard di riutilizzo di acque reflue e il progetto sarebbe stato pronto da realizzare. Senza nemmeno fare le dovute analisi, di cui aveva accennato alla sindaca. Difatti, la necessità delle analisi gli era venuta in testa – “Testa brillante, la mia!”, pensava – per prendere più tempo, né si sognava di farle veramente.

Prima della scadenza dei due mesi, il progetto fu pronto. Lo portò in giunta, che approvò e mandò al consiglio, che compattamente approvò. Ora si trattava di appaltarlo e realizzarlo. “Con urgenza!”, gli impose la prima cittadina. Si trattava del primo grande progetto della nuova amministrazione e doveva confermare la bontà della sua elezione.

Furono convocati al Quartiere i rappresentanti dei contadini, gli fu mostrato il progetto e i benefici. La sindaca fu applaudita ed ebbe conferma di quanto il popolo l’amasse.

I lavori iniziarono e i contadini attendevano fiduciosi. I pesci un po’ meno, perché fra di loro serpeggiava un certo timore, di cui si erano fatti portavoce i loro sindacalisti. Un polipo dall’alto della terza rocca di Capo Boeo era stato sentito arringare la folla di boghe, sarde, ritunni e asineddri: “Ma che interesse abbiamo noi ad avere il mare costiero più pulito? Metti il caso che la notizia si diffonda, potrebbero venire qua le marinerie di tutta l’isola, attratte dalla possibilità di un pescato migliore”.

Come si vede, è difficile mettere d’accordo tutti. Per questo la politica è l’arte del compromesso. E a volte si tratta di un compromesso al ribasso. Sempre al ribasso, dice qualcuno.

Non era finito l’autunno che l’opera fu completata, collaudata e inaugurata. Tutto lo stesso giorno. Dalle nostre parti, i collaudi si usa farli in ufficio, mettendo alcune firme sulle carte e alcune buste sul tavolo.  

Fu grande festa quel giorno. La bionda sindaca, in abito rosso, con fascia tricolore a tracolla della spalla destra, faceva il suo effetto. Le parole di rito non sono mancate e sono state captate chiaramente “concretezza”, “prontezza”, “determinazione”, intelligenza”. Le parole si intrufolavano fra le bandiere al vento di scirocco della Regione Sicilia, dell’Italia, dell’UE. Lo stendardo del comune era tenuto alto dall’on. Eleonora Lo Curto.

L’acqua depurata partì potente per le condotte nell’estesa campagna. Passò l’autunno, venne e passò l’inverno, arrivò la primavera. Erano uno spettacolo gli alberi carichi di albicocche, ciliegie, susine, gelsi, fichi, nespole e pesche. Una meraviglia della natura. Fin quando non venne il tempo di raccogliere i frutti. Dio mio, un sapore così orrendo non s’era mai sentito. Facevano vomitare e venire la scesa. I raccoglitori, uomini e donne, in mancanza di wc si adattavano come potevano. Gli uni si abbassavano i pantaloni; le altre alzavano le gonne e giù tutti a fare.

Non essendo stati effettuati dall’ingegnere i controlli organolettici, assieme all’acqua depurata era stata mandata nei campi una certa quantità di batteri fecali, che dava ai frutti non solo la magnificenza dell’apparenza, ma anche il sapore di m…

Per stornare il danno, non si poté fare altro che mandare di nuovo l’acqua male depurata al mare.

Allo scorno dei contadini si relazionò – tutto è relativo – la consolazione della specie ittica, che di nuovo poteva stare tranquilla nel suo mare leggermente inquinato.

Nelle chiese furono organizzate veglie di preghiera per scansare nuovi pericolosi progetti comunali.

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L’acqua è arrivata!

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E finalmente è arrivata l’acqua a Marsala, giusto in tempo per evitare che i pozzi locali restassero a secco. Il merito non è stato del sindaco uscente, hanno detto i suoi detrattori che trovano sempre il cavillo per levargli meriti. Sarebbe stato l’Ente Regionale delle Acque a costruire la nuova condotta, dicono sempre i gufi del Quartiere. Ma non si può negare che l’amministrazione comunale ha premuto presso la Regione e il risultato si è visto. Onore al merito, perciò.

Anche grazie a questa notizia il sindaco è riuscito a recuperare terreno elettorale, tanto quanto gli è bastato per essere rieletto.

Come si poteva negare la rielezione a un sindaco che riesce a risolvere l’annoso problema della penuria di acqua?

Benché la notizia del collegamento acquedottistico fosse certa, l’immissione di acqua nella rete comunale non è stata fatta prima delle elezioni per le solite lentezze burocratiche. È passato quasi un mese dall’inizio della nuova amministrazione, quando, firmati i contratti necessari, è avvenuto il taglio del nastro, che è consistito nell’apertura dei bocchettoni di immissione del prezioso liquido nella rete idrica comunale, risalente in parte all’immediato dopoguerra. Grazie ai fondi della ricostruzione postbellica, anche Marsala ha avuto la sua rete idrica. Gli antichi pozzi casalinghi sono stati abbandonati. Almeno in questo la guerra è stata utile, altrimenti chi sa quanto avremmo ancora bevuto l’acqua inquinata di sotto la città.

Ma se gli antichi tubi sono da onorare per aver tratto i marsalesi dalla necessità di calare il secchio con la carrucola nei cortili, per altro verso non sono più capaci di sopportare la nuova pressione. Si sarebbe dovuto pensarlo prima di immettere il nuovo tesoro liquido. Soprattutto al comune, gli ingegneri avrebbero dovuto farsi carico del problema e risolverlo. Sono pagati per questo, o no?

Invece, nessuno ci ha pensato, salvo i soliti gufi del Quartiere che sono rimasti inascoltati.

L’inaugurazione è avvenuta a Cardilla, allo snodo di ingresso dell’oro trasparente nella rete comunale. Da là sarebbe sceso potentemente a valle verso la “splendidissima urbs”, di ciceroniana memoria.

Non sono passati tanti minuti dal discorso inaugurale e dal taglio del nastro tricolore e la gente che aveva applaudito stava per rientrare nelle auto a casa, quando un enorme boato è stato udito dappertutto, fino nelle contrade più lontane. I greggi di pecore sulle sciare hanno avuto paura e hanno belato a lungo. Pure i pastori si sono intimoriti, guardando attoniti da lontano, per loro fortuna, la città diventata una specie di colabrodo all’incontrario: fiotti di acqua possente si innalzavano di qua e di là, in ogni dove fino all’altezza di venti o trenta metri.

Qualcuno ha riferito che perfino la fontana del Purgatorio, di solito a secco, zampillava come non mai.

Lo spettacolo, a guardarlo da lontano, come hanno potuto fare le pecore e i pastori, è stato di quelli che si sogliono chiamare unici. Una specie di eruzione del Vesuvio, ma per fortuna di acqua a temperatura ambiente e non di lapilli e lava.

I danni alle persone sono stati limitati, soprattutto per coloro che provvidenzialmente erano usciti con l’ombrello. Ma i danni alla rete idrica sono stati enormi e irreparabili. Non sembra che ci sia più niente da recuperare. Bisognerà rifarla tutta. Gli uffici comunali, con la solita solerzia quando non si dimenticano, stanno predisponendo i progetti. Marsala finalmente avrà la rete idrica nuova e moderna. Naturalmente dovrà restare senza acqua corrente fino all’inaugurazione della nuova rete. Un paio d’anni, pressappoco. La gente ogni mattina va a Cardilla per prendere l’acqua dagli sbocchi regionali, ma quando finalmente i lavori saranno finiti i cittadini potranno stare tranquilli per almeno cinquant’anni. Salvo che nel frattempo non secchi la sorgente dei Nebrodi.

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È venuto Dell’Utri

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Ieri a Marsala è venuto Massimo Dell’Utri, sottosegretario agli Esteri, per sostenere la candidatura a sindaca di Giulia Adamo. Ha promesso che Marsala decollerà. Stavolta c’è da crederci. Non si tratta di un uomo comune, né di una sparata elettorale. Se Dell’Utri l’ha detto, questo certamente avverrà.

Ero molto restio a votare Giulia Adamo e anche i suoi sostenitori candidati al consiglio, ma la venuta di Dell’Utri mi ha fatto cambiare opinione. Uno di tal nome non può fare promesse a vanvera. Se ha detto che dobbiamo decollare, decolleremo. Buon sangue non mente e Dell’Utri è sempre Dell’Utri. Non so se è figlio o nipote del Dell’Utri nazionale che fu il braccio destro e a volte anche il sinistro di Silvio Berlusconi. Se vi ricordate, lo proteggeva in ogni situazione avversa e la sua assistenza ha permesso a quel grand’uomo di lavorare in pace per fare gli interessi della patria e suoi personali.

Dell’Utri era sempre vicino a lui per esaudirne i desiderata. Aveva bisogno, il capo, di assistenti e collaboratori? E lui andava subito a Palermo per scegliere i migliori alla Vucciria o al Capo.

Aveva bisogno, il Cavaliere, di riposare la notte senza essere disturbato dai rumori delle auto sulla via? E subito Dell’Utri provvedeva a far bloccare la circolazione stradale. Come faceva? Ma era Dell’Utri!

I cavalli del Cavaliere desideravano avere uno stalliere in gamba? E Dell’Utri gli faceva arrivare il migliore dall’Ucciardone (PA).

Ora Massimo Dell’Utri viene ad appoggiare la candidatura di Giulia Adamo e io non posso più fare il bastian contrario. E che? Decolleranno tutti, come lui ha promesso, e solo io dovrei restare in questo buco di città? No! Ho deciso per Adamo e Dell’Utri!

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Un paio di ore dopo. Ho letto la notizia anche su altri giornali. Non si tratta di figlio o nipote del mitico Dell’Utri, ma di un semplice sottosegretario che, in un certo senso, ne porta abusivamente il nome.

Deluso e sconsolato, ritorno alla mia precedente convinzione di non votare più per Giulia Adamo, avendola conosciuta quando è stata sindaca una dozzina di anni fa.

Dovrebbero eliminare tutti i cognomi Dell’Utri dalla faccia della terra. Per non creare confusione. Di Dell’Utri buono e inimitabile ce n’è stato solo uno.

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L’amministrazione Patti all’ultimo anno

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Nelle elezioni amministrative del 2026 ha vinto Andreana Patti, del centrosinistra, appoggiata dai partiti di sinistra e da numerose liste civiche. Andata al ballottaggio, ha superato di gran lunga l’avversario, il sindaco uscente e ricandidato Massimo Grillo. La scelta dei marsalesi è stata determinata da una considerazione: la signora rappresentava una novità rispetto al passato e rispetto alla continuità di Grillo, che non era altro che la ripresentazione in salsa moderna della vecchia politica democristiana del padre.

Andreana Patti non aveva avuto la via spianata da vecchi politici, ma si era fatta da sola con una laurea adeguata alla futura carriera di specialista in pratiche amministrative e captazione di finanziamenti comunitari. Per questo aveva avuto incarichi di consulente alla regione e in altri enti pubblici e privati.

Entrata da dipendente al comune di Marsala, poi assessora nella giunta di Tranchida a Trapani, è tornata infine nella nostra città per darle la sua capacità e specialità. Da quattro anni è sindaco.

Subito dopo l’insediamento ha intercettato, come previsto, numerosi finanziamenti comunitari. Alcuni sono stati subito trasformati in progetti e in cantieri, che già al secondo anno sono stati inaugurati. Non c’è stato bisogno di comprare nuove lunghezze di strisce tricolori, dato che nei magazzini comunali ne restavano alcuni chilometri di rotoloni comprati dal precedente sindaco con la certezza, poi rivelatasi ingannevole, della rielezione. Ma i magazzini di deposito comunali non sono bastati a conservare i finanziamenti intercettati e non ancora trasformati in opere. Non tutto si può fare subito e tanti finanziamenti bisogna conservarli alla giusta temperatura per essere ripresi in seguito. Per esempio, nei nuovi aerati magazzini, appositamente costruiti, c’è un grosso finanziamento che riguarda le opere di consolidamento e ripristino degli smottamenti delle colline. Opera grandiosa che non sarà possibile realizzare prima che avvenga il disastro. Per agevolarlo e utilizzare il finanziamento di messa in sicurezza – riguarda tutta la costiera di Cardilla, Misilla, Gurgo, Paolini e Rakalia – è stata costituita in comune l’apposita Commissione dei disastri, che sta alacremente contribuendo con la facilitazione di concessioni edilizie su timpe impraticabili.

Altro finanziamento tenuto al fresco nei magazzini è il collegamento di tutte le centodue contrade con piste ciclabili. Non è possibile realizzarle subito perché il malumore dei marsalesi per le precedenti piste realizzate è ancora alto.

Intanto sono stati realizzati i percorsi tranviari tra le contrade, e le contrade e la città. Un nuovo ponte unisce Capo d’Alga in terraferma con il Carco nell’Isola Lunga. Per il momento è stata abbandonata l’idea di un altro ponte tra Capo Boeo e Favignana, per non copiare il vecchio programma del centrodestra. Questo, poi si vedrebbe.

Nei primi tre anni di amministrazione di Patti tutto è avvenuto velocemente e splendidamente. La capa dell’amministrazione ha intercettato da par suo i finanziamenti che circolano a mezz’altezza nel cielo d’Europa. Talvolta è successo pure che, in giornate di scarsa visibilità, siano state catturate volate di storni invece dei finanziamenti, ma va bene ogni tanto anche uno stormo di storni allo spiedo.

La città di Marsala è stata citata nei telegiornali nazionali per l’imponenza delle novità. Chi poteva prevedere che sarebbero sorti problemi? Eppure, sono sorti. Prima ne hanno avuto notizia i dirigenti e i responsabili dei servizi, subito dopo gli amministratori, infine anche i cittadini. Chi prima, chi dopo, tutti hanno notato che le nuove opere hanno prosciugato i bilanci comunali, impedendo le manutenzioni. Le strade, gli edifici pubblici, le strutture acquedottistiche e fognarie, non essendo curati, sono scesi sempre più di efficienza, già per la verità ricevuti disastrati dalla precedente amministrazione, la quale le aveva ereditate compromesse dall’amministrazione ancora precedente. Di amministrazione in amministrazione, le inadeguatezze sono aumentate. E ora sono necessari i fondi per sanarle. Certo, ma dove trovarli? L’UE non dà soldi per le manutenzioni, la Cassa DD e PP non le finanzia. L’unica possibilità è ricorrere alle imposte, tasse, tariffe e diritti.

Per necessità, al quarto bilancio della attuale amministrazione, tutte le entrate comunali a carico dei contribuenti sono state raddoppiate.

Il marsalese è un individuo che, in branco, diventa parte di un gruppo numeroso, chiamato “asineddri”. Quando si tratta di avere toccate le tasche reagiscono tutti allo stesso modo: “Mai! E poi mai!”.

Il malumore cresce nella comunità di settimana in settimana. All’inizio del quinto anno di amministrazione la maggioranza traballa.

In consiglio comunale, un ex filopattiano ha fatto mettere a verbale: “Ora che abbiamo fatto tante opere nuove, che facciamo? Ce le vendiamo per finanziare le vecchie e nuove manutenzioni?”. La domanda è rimasta inevasa. Nemmeno la Patti sa più cosa rispondere. Nemmeno sorride più come una volta sapeva inimitabilmente fare. Un’aria di tristezza e di scoraggiamento circola nei corridoi del Quartiere. I cittadini sbeffeggiano sui social ogni nuovo comunicato stampa del comune.

Si percepisce visibilmente l’aumento delle critiche a questa amministrazione. Qualcuno parla di sfiduciare il sindaco, ma i consiglieri non ne vogliono sapere. Preferiscono svolgere a vuoto le loro mansioni, in modo da ricevere gli emolumenti fino alla fine naturale del mandato.

Non è più sicuro che questa specie di centro sinistra confermerà la leader alle prossime elezioni amministrative.

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Le anfore del sindaco

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Il sindaco, Massimo Grillo, si apprestava a rientrare a casa, di sera tardi, dopo una delle tante riunioni che in questo periodo fa con i fedeli sostenitori, finalizzate a mettere a punto la campagna elettorale della rielezione, probabile, sperata, dubbia. Benché sia una giovanile persona matura, forse la stanchezza gli ha fatto mettere la punta del piede dentro un manico di anfora, che leggermente si sollevava dal terreno, nel parcheggio di Porta Nuova, che è stato realizzato, incredibilmente, sopra uno strato di reperti archeologici risalenti a diverse civiltà: punica, romana e bizantina.

Il piede ammanicato, lui è caduto lungo steso, riportando una lesione alla tibia destra. È stato necessario portarlo con l’ambulanza all’ospedale Falcone e Borsellino, dove lui stesso ha chiesto di chiamare i carabinieri, pensando all’opportunità di un verbale della Benemerita da presentare al comune con la richiesta di risarcimento danni materiali e morali.

Non si capisce cosa c’entrino i danni morali, ma qualcuno sostiene che il sindaco, ritenuto di superiore moralità, ha diritto pure a quelli.

I carabinieri hanno preso appunti e, dopo qualche giorno, avendo redatto il migliore verbale del mondo per le finalità del sindaco, sono andati a casa sua per farglielo sottoscrivere.

A questo proposito conviene precisare, a scanso di equivoci, che, se uno ha un incidente non pensi che i carabinieri vengano a trovarlo al suo domicilio per fargli firmare le carte. No, se si tratta di comuni cittadini sono convocati d’urgenza in caserma, anche se ancora sono zoppicanti e fasciati di bende. Ma questo era il sindaco! E non insisterò più su questo punto.

Andati a casa del primo cittadino, sono saliti per l’ampia scala fiancheggiata di tante anfore antiche. Sul momento non ci hanno fatto caso, ma avendo fatto firmare le carte, quando sono scesi hanno di nuovo sfiorato le anfore ritte sui trespoli. Stavolta si sono fermati per ammirare la collezione, che gli è sembrata simile a quel carico di anfore antiche rubate l’anno precedente e da loro intercettate con una brillante operazione. La compagnia ha avuto un encomio solenne al valore civile.

Le leggi di questo paese prevedono che per due encomi i commilitoni possono avere uno scatto di stipendio. Praticamente prendi due e paghi uno, ma va bene lo stesso, pensavano i militi mentre scendevano la scala. Fatto l’ultimo gradino, con simmetria militare sono risaliti dal sindaco per chiedergli come mai aveva lungo la scala tante anfore antiche e di mostrargli il titolo di proprietà.

Stavolta i militari hanno mostrato un atteggiamento diverso da quello prima usato. Passando dalla deferenza di prima a precise richieste di informazioni, hanno messo a disagio il primo cittadino, che non ha saputo dire altro: “Cosa volete, mio padre l’onorevole era molto amato e a volte gli facevano regali”.

“Ah, — ha osservato il maresciallo – quindi suo padre riceveva pezzi archeologici senza chiederne la provenienza? Ed era pure onorevole!”.

Il verbale stavolta è stato compilato con severità oggettiva e un’intimazione di sequestro provvisorio è stata consegnata al sindaco trasecolato: “Sequestro di dodici anfore millenarie. Seguirà ulteriore provvedimento giudiziario”.

La sera stessa i carabinieri hanno consegnato alla procura della Repubblica gli atti con le foto allegate. È stato aperto un fascicolo a nome di Massimo Grillo sindaco, “per violazione degli obblighi di denuncia di materiale di rilevanza archeologica e presunta ricettazione”.

La situazione del sindaco si è aggravata due giorni dopo, quando la notizia è stata diffusa dai giornali locali. Gli avversari politici hanno preso la palla al balzo per affossare il programma elettorale del capo dell’amministrazione uscente e di nuovo candidato alle prossime elezioni. Nel suo programma, al capitolo sei, c’è scritto che se sarà eletto valorizzerà il Museo Archeologico e il Parco. Nel consiglio comunale di ieri sera, a inizio seduta, è stata chiesta una inversione dell’ordine del giorno. Si doveva parlare del bilancio e si è invece iniziato con il patrimonio archeologico marsalese. Il capo del fronte avversario ha fatto mettere a verbale dal segretario generale che “non è mai successo che un sindaco che vuole valorizzare un museo tenga a casa senza titolo le anfore che dovrebbero stare esposte al museo stesso”. “Valorizza o deruba”, è stata la stilettata finale.

Si prevede per domani una doppia presa di posizione dei grillini da un lato e dei loro oppositori dall’altro. Il punto che stanotte sarà approfondito dai due schieramenti in riunioni segrete, è lo stesso per entrambi: le anfore lilybetane, storia, importanza, traffico illecito.

Per evitare che l’argomento, molto redditizio per gli oppositori, possa continuare a danneggiare la figura del candidato, lui stesso ha suggerito di far togliere dal programma elettorale il capitolo della valorizzazione del patrimonio archeologico.

Poche ore dopo sono usciti i giornali. I titoli dei quattro giornali maggiori sono: 1. “Straordinaria scoperta archeologica sulle scale del sindaco”; 2. “Le anfore irrompono nella campagna elettorale”; “La maledizione delle anfore antiche”; “Il sindaco accusato di ricettazione”.

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La neo-vecchia sindaca di Marsala va a Palermo

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Sembra che ci sia una maledizione sui mandati di sindaca di Marsala per Giulia Adamo. Sui libri di storia locale si può sapere come è finita la prima sua sindacatura una dozzina di anni fa. Mentre era avviata allo sprint finale, verso la metà della carica, una inopportuna sentenza di tribunale l’ha fatta sospendere dal prefetto e l’ha fatta dimettere.

Tutti riconosciamo che non fu una gran cosa la causa della sospensione e delle dimissioni: pochi regali acquistati per gli amici con fondi regionali, secondo le accuse. Eppure, per una sciocchezza del genere, è stata privata della possibilità di dimostrare quel che avrebbe fatto per far crescere la città.

Persona molto determinata, l’ex sindaca di due anni, nel 2026 ci ha ritentato ed è stata di nuovo eletta prima cittadina. Si trattava, a questo punto, di rimettere mano, con la sua concretezza e decisione, alle pratiche lasciate in sospeso e chiuse nei cassetti delle successive amministrazioni.

Uno soprattutto fu, durante la sua precedente sindacatura, il progetto magnifico non realizzato: il nuovo porto. Che costituisce tuttora una vera necessità e chance per la città. Quindi, quest’anno, subito dopo il nuovo insediamento, riprendendo in mano quel progetto è partita per l’assessorato regionale competente per farlo rifinanziare. Ma non è stato facile ottenere la nuova approvazione, trattandosi di una cinquantina di milioni che non sono bazzecole.

Ma Giulia Adamo è persona concreta e determinata come altri mai. Si è trasferita a Palermo in un albergo vicino all’assessorato e ogni mattina di agosto è salita per quelle scale e quegli ascensori con lo scopo di andare a perorare la causa sua e della comunità rappresentata. Dopo alcuni giorni di visite a vuoto di corridoi e uffici, i pochi funzionari che non erano in ferie hanno messo degli uscieri all’ingresso del palazzo per essere subito avvisati dell’arrivo della sindaca. In tal modo, avutane notizia, avrebbero chiuso a chiave gli uffici dall’interno, come fossero in ferie senza esserlo.

La determinazione e la concretezza della sindaca hanno mostrato la sua capacità di “rottura” del muro di gomma e il pomeriggio del primo settembre scorso, invece di tornarsene al solito in albergo con le pive nel sacco, ha fatto sistemare dal suo seguito il sacco a pelo per il pernottamento nel corridoio tra l’ingresso della stanza dell’assessore e quello del suo segretario particolare. Non si era mai vista una cosa simile e l’assessore e il segretario particolare non sono sono più usciti, per non essere bloccati da lei. E se volevano uscire dovevano essere calati dalle finestre e pure dalle finestre dovevano rientrare al lavoro.

L’incresciosa situazione è durata quasi una settimana, in una specie di gioco o tenzone di gatta (lei) con i topi (l’assessore e il suo segretario). I due assediati, non potendone più, hanno denunziato la sindaca per stalking.

L’importanza dei firmatari della denuncia e la grave accusa formulata hanno permesso alle forze dell’ordine di sfrattare l’abusiva “inquilina del corridoio” – come è stata definita sulla prima pagina del Giornale di Sicilia –. La procura ha aperto un fascicolo a carico della presunta “persecutrice”. Le indagini continuano.

Il caso è complicato. Se si dovesse arrivare al rinvio a giudizio, si potrebbe anche arrivare a una pesante condanna, che di nuovo impedirebbe alla sindaca la prosecuzione del suo mandato. Più o meno come avvenne l’altra volta con le sue dimissioni.

La Sibilla Lilybetana è stata interrogata dal segretario generale del comune che avrebbe voluto capire quel che sarebbe potuto succedere. L’antica maga ha rilasciato il seguente biglietto: “Se il reato di stalking sarà dai giudici esteso a comportamenti ossessivi anche non sessuali – data anche la non più giovane età della protagonista – la sindaca potrà essere sospesa”. Al solito, come ormai avviene da oltre duemila anni, i responsi della Sibilla dicono e non dicono, mettendo tante condizioni che lasciano aperta ogni porta a tutte le possibilità.

Al momento in cui scriviamo, 17 ottobre 2026, non si sa se di nuovo il destino baro impedirà alla marsalese di ferro di ottenere il finanziamento del porto.

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Realtà romanzesca

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Realtà romanzesca

Per l’assassinio di Chiara Poggi, un condannato, Alberto Stasi, è in carcere da sedici anni, riconosciuto colpevole con sentenza definitiva. Questo colpevole ufficiale ora comincia a sperare nella revisione del processo. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, sta istruendo un nuovo processo contro Andrea Sempio, ritenendolo unico assassino della ragazza. Quest’ultimo spesso parla da solo e, non sapendo di essere intercettato, avrebbe ricostruito più volte la vicenda di Garlasco, seminando indizi e riferimenti che, secondo la procura, solo l’assassino avrebbe potuto conoscere.

Gli avvocati di Sempio ribattono che certi soliloqui devono essere contestualizzati e  che allora si vedrebbe che si riferivano a programmi televisivi cui il loro assistito si apprestava a intervenire. Uno dei due difensori del nuovo processato, Angela Taccia, giura sull’innocenza dell’imputato. Lo conosce bene perché faceva parte dello stesso gruppo di amici. Ai tempi dell’omicidio era fidanzata con un amico di Sempio, diventato nel frattempo frate.

Un altro del gruppo di Garlasco, Michele Bertani, si è suicidato nel 2016, dopo essere stato indagato e scagionato per la morte violenta della giovane.

Il nuovo processato, Sempio, ha tentato di discolparsi con uno scontrino di parcheggio di Voghera, dove sarebbe stato all’ora del delitto. La procura non gli crede. Lo scontrino sarebbe della madre, che quella mattina sarebbe andata a Voghera per incontrare l’amante. In una intercettazione ambientale, il marito della signora le rinfaccia che lo scontrino è suo.

Un altro processo viene intanto istruito, presso la procura di Brescia, contro l’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, che, secondo i colleghi di Pavia, sarebbe colpevole di corruzione in atti giudiziari, avendo incassato una tangente di 20-30 mila euro per archiviare la pratica su Sempio nel 2017. In questa vicenda sono pure coinvolti i genitori di Andrea Sempio. Avrebbero erogato le cifre della corruzione.

Il colpevole ufficiale, Stasi, amava guardare filmini porno. La sua fidanzata lo sapeva e lo permetteva. Ne ha voluto fare pure un paio con lui e li ha conservati nel suo PC e in una chiavetta USB. Il nuovo presunto colpevole, Sempio, avrebbe visto i filmini di nascosto e avrebbe tentato di approcciare la ragazza per fare con lei quel che lei faceva con il fidanzato. Al rifiuto di lei sarebbe scattata la furia omicida.

A poche centinaia di metri dalla villetta del delitto c’è il Santuario della Bozza, finito nelle cronache e nei discorsi della gente per esservi avvenuti presunti casi di pedofilia  picaresca ed esoterica.

Domani sapremo qualche altro dettaglio.

Non è strano che un caso così complicato e pruriginoso, oltre che drammatico e tragico, occupi le prime pagine dei giornali ogni giorno. Ci sono tutti gli ingredienti per dire che la realtà a volte supera la fantasia.

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Mafia e antimafia

Sono andato a vedere le Manifestazioni Garibaldine a Piazza Mameli. Sul palco un giornalista, Giacomo Di Girolamo, conversava con un avvocato, pensate un po’ di che, di mafia. Dopo un poco me ne sono andato, avendo già sentito una decina di volte la parola “mafia”. Per una mia acquisita idiosincrasia, sentendo continuamente quella parola, non riesco più a seguire le argomentazioni di chi ne parla. Ne ho sentite tante volte, in tv, in internet e in tantissimi convegni e tavole rotonde o quadre, che si è creata nella mia mente una torre di avvistamento e di contrasto. Entra automaticamente in funzione tutte le volte che vengo inopinatamente colpito da quella parola e dalle conseguenti argomentazioni. È un blocco mentale che forse ha un valore autoterapeutico. Mi impedisce di cadere in ansia per un fenomeno che non esiste più.
Ormai sulla mafia è prevalsa l’antimafia, non per questo meno corrosiva e dannosa della prima. Sembra che non ci siano altri problemi grossi da affrontare all’infuori della mafia, madre di tutte le storture di una società che continua ad averne tante, prima sotto la mafia e poi, equanimemente, sotto l’antimafia.
Tornato a casa, che non abito molto distante dalla piazza, dalla finestra aperta sentivo ancora evocare la mafia. Inguaribile Di Girolamo. Una carriera giornalistica costruita sulla mafia. O sull’antimafia, che è lo stesso.

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L’Adamo va a Sappusi

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La candidata sindaca di centrodestra, Giulia Adamo, si è recata alla contrada Sappusi, zona nordoccidentale del territorio marsalese. La campagna elettorale stringe e bisogna tentarle tutte, con le promesse e i buoni propositi, pure nelle periferie, come questa, tendenzialmente di sinistra.

La signora si è presentata in un cappottino primaverile rosso, consigliato dal suo armocromista sia perché le dona come colore, sia perché sintonizza con il fondamentale colore dell’anima politica dei sappusari.

Nei due anni e rotti mesi della precedente sua sindacatura, roba di quasi quindici anni fa, una grande opera era stata avviata o consentita dalla sua amministrazione: il rifornimento di carburanti – benzina, gasolio e gas – in prossimità della curva della provinciale che porta a Trapani. L’opera è stata conclusa sotto l’amministrazione successiva di centro sinistra, guidata dal sindaco Alberto Di Girolamo. Come si vede, il cambio di colore politico dell’amministrazione cittadina non influisce sulle scelte sbagliate, ma le completa.

L’area di rifornimento di carburante fu allora e in seguito contestata per diversi motivi: 1. le associazioni ambientaliste consigliavano di impiantare le nuove aree di servizio lontane dai centri abitati; 2. gli urbanisti, da parte loro, sconsigliavano di impiantarle in prossimità di curve.

Ignorando proteste e prescrizioni, l’allora amministrazione Adamo fece di tutto per avviare l’opera. Come sempre accade, cosa fatta, capo ha, e non se ne parlò più che saltuariamente per criticare le cattive scelte pubbliche.

Adesso che, in prossimità delle elezioni amministrative del 24/25 maggio prossimo, servono i voti anche delle periferie, la candidata si è recata coraggiosamente fra quelle case economiche e popolari. La gente ad ascoltarla non era molta, ma il tentativo di convincerli è stato fatto, risfoderando le solite frasi dal repertorio pubblico: riparazioni, pulizia, rigenerazione, ascolto e operosità. La poca gente sembrava non molto convinta, tanto che l’Adamo si è battuta lei stessa le mani per invogliare a copiarla. Il suo discorso davanti alla telecamera ha avuto un’interruzione e il video è saltato momentaneamente in alto per un improvviso rumore di prolungata frenata e botta di lamiere, conseguenza di uno dei soliti incidenti sulla curva. Ma è stata roba di una manciata di secondi. La candidata ha continuato a perorare come nulla fosse. Uno degli astanti ha mormorato al vicino: “Speriamo non ci siano morti”.

Avendo promesso quel che si era appuntato in mente, la bionda candidata ha chiuso con un nuovo applauso di incoraggiamento e mentre stringeva alcune mani di coloro che sperano in un posto al comune, stava salendo sulla vettura per andarsene. Quando uno scoppiettio, come di fuochi saltellanti, seguito da un enorme boato, ha fatto scappare tutti. A un paio di centinaia di metri in linea d’aria, si è notato come un fungo di fumo e fiamme sprigionarsi dal suolo, precisamente dall’area di servizio saltata in aria. Uno scontro tra un’auto che veniva dalla Spagnola e un’autocisterna che entrava nell’area di rifornimento, procurando una fuoruscita di benzina e una scintilla, aveva prodotto il disastro.

Ancora non si sa se tra i partecipanti alla riunione politica ci siano stati feriti, né si conosce la sorte della candidata.

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Hanno arrestato Garibaldi

Giuseppe Garibaldi Franck Franu00e7ois Marie by thegetty is licensed under CC-CC0 1.0

Da alcuni anni il mezzobusto di Giuseppe Garibaldi, a Porta Nuova, aveva mostrato, in giorni della prima decade di maggio, leggeri movimenti, interpretati come sforzi dagli allucchuti passeggiatori. Che avevano riferito a parenti e amici; qualcuno era andato anche in caserma a denunciare. Le voci, però, non erano state verificate, ritenute frutto di fantasie primaverili di cittadini intrisi di storie antiche e moderne, che avevano nel sangue e mischiavano facilmente fantasie e realtà. Come avveniva nelle campagne elettorali, in cui i contendenti promettevano mare e monti senza selezionare quel che veramente si sarebbe potuto fare e quel che inevitabilmente sarebbe rimasto lettera morta.

 Il 10 maggio 2026, però, il mezzobusto di Garibaldi è stato visto scendere dal basamento e, fornito di gambe, fare esercizi di riscaldamento sul largo marciapiede.

 Rimessosi in sesto, aggiustate le falde della rossa camicia dentro i pantaloni marrone di fustagno, si è diretto, come a conoscenza dei luoghi, verso il palazzo Spanò, sul cui muro sta la targa che commemora il suo ritorno a Marsala nel 1862 e il suo discorso, pronunciato dal balcone conosciuto come quello di “O Roma o morte”. Come realmente avvenne, la presa di Roma, il 20 settembre 1870. Roma papalina fu presa e nessun morto per questo ci fu. Tranne un cane di guardia alla porta sbrecciata di Porta Pia, già malandata di suo e vieppiù abbattuta da un paio di cannonate. Ma questi sono fatti successivi.

A Marsala, ieri mattina, 10 maggio 2026, il generale ha bussato al portone di palazzo Spanò facendosi riconoscere dai proprietari che invece non lo hanno subito riconosciuto, essendo nel frattempo cambiati. Di fronte all’illustre visitatore, comunque, i nuovi proprietari, appartenenti all’emergente borghesia, hanno fatto la dovuta accoglienza e lo hanno messo a proprio agio offrendogli una ricca colazione agreste a base di fave verdi, tumazzu poco stagionato e grillo paglierino, oltre  all’acqua fresca che lui predilige, come si legge nei libri di storia.

Questa volta l’eroe dei due mondi non ha chiesto di dormire dopo aver mangiato, come aveva fatto la volta precedente e come di solito faceva in ogni casa in cui andava a mangiare. Stavolta, che il riposo sul piedistallo era durato più di un secolo e mezzo, il generalissimo aveva voglia di fare. Ha preso l’iPhone e ha telefonato al suo amico Abele [Damiani, ndr] invitandolo a venire da lui e di rintracciare e far venire gli amici di un tempo, Andrea [D’Anna del Canneto, ndr], Claudia Oneto e il barone Grignani, oltre che i picciotti che a loro si erano uniti dopo lo sbarco.

 I mille garibaldini, sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860, non hanno potuto essere convocati, essendo tutti morti. I pochi superstiti marsalesi, riuniti con il loro duce a palazzo, hanno fatto una specie di dibattito o confronto di idee sulla situazione attuale della patria. Ciascuno ha informato gli altri e tutti hanno concluso che la situazione era indiscutibilmente peggiorata. La realtà non aveva più niente in comune con le speranze di rinnovamento degli inizi dell’Unità. Anzi, hanno concordato che c’era da rimpiangere l’oscurantista regno borbonico.

Coraggiosi come sono, hanno deciso di tentare una nuova insurrezione popolare, spodestare l’amministrazione comunale, dichiarare la Nuova Repubblica e partire come la prima volta per la nuova unificazione italiana. Hanno deciso che l’indomani mattina (oggi, per chi sta leggendo) avrebbero fatto prigioniero il sindaco. Dal loggiato di palazzo VII Aprile Garibaldi avrebbe arringato la folla.

Finita la riunione cospirativa, in gruppo, che sembrava una compagnia di saltimbanchi o squadra di cinematografari, hanno girato per la città. Arrivati alla piazza del cosiddetto monumento ai Mille, all’anziano condottiero è venuta la necessità di fare urgentemente i bisogni. Pensando che quel magazzino seminterrato del monumento fosse un grande gabinetto di decenza, è sceso sotto e, abbassati in fretta e furia i pantaloni, ha fatto abbondantemente all’angolo a destra dopo la vetrata. Gli altri, che pure conoscono che non di un gabinetto si tratta ma di un monumento, per rispetto non lo hanno frastornato, anzi anche loro, per non farlo sentire solo, sono andati sotto, chi a urinare, chi a defecare.

I vigili urbani, che, non visti, seguivano il gruppo capitanato dal biondo eroe, vedendoli scomparire tutti dentro il monumento, si sono avvicinati al bordo e sono rimasti nauseati dalla puzza che saliva. Per spirito di dovere, sono scesi a controllare e, vista l’indecenza, hanno chiamato i carabinieri per rinforzo. Tutti i garibaldini, Garibaldi compreso, sono stati arrestati.

È finita così la possibilità di rinnovare di nuovo l’Italia, dopo che era stata rinnovata la prima volta nel 1860, la seconda volta con le leggi fascistissime nel 1925 e la terza volta con il referendum istituzionale nel 1946. Qualcuno ha osservato che rinnovare l’Italia è inutile e tanto vale non provarci più.

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